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Gianni Rodari: Gatti e persone serie   Leave a comment

Il 23 ottobre 1920 nasceva a Omegna Gianni Rodari, il più grande scrittore italiano per l’infanzia del XX secolo.

Cipollino Raul VerdiniCominciò la sua avventura con i bambini facendo il maestro elementare. Alla scrittura per l’infanzia arrivò quasi per caso, ma i suoi libri hanno contribuito a cambiare la storia della letteratura per ragazzi. È lui a far irrompere l’immaginazione e la fantasia nei libri per bambini, svincolandoli dall’intento moraleggiante e pedagogico, senza mai rinunciare a far divertire e a far pensare allo stesso tempo. “Non penso mai prima alla morale: se c’è, la morale verrà fuori da sola, e, anche se il lettore non la vedrà, essa andrà ad abitare dentro di lui e gli farà un po’ di compagnia”.

Nel 1970 Rodari vinse il premio Hans Christian Andersen, il massimo premio internazionale di letteratura infantile, per l’insieme delle sue opere.

Questo è il discorso di ringraziamento che pronunciò al momento della premiazione, durante il XII Congresso dell’International Board on Books for Young People.

“…se dovessi ringraziare tutti quelli di cui in questo momento mi sento debitore, non finirei mai. Per esempio, mio padre. Era un fornaio e voleva molto bene ai gatti. Avevamo sempre dei gatti in casa. Forse è per questo che mi vengono in mente tante storie di gatti. Per esempio la storia di un gatto che aveva il bernoccolo degli affari e mise su un bel negozio di generi alimentari. Questo gatto vendeva topi in scatola. Cioè, questa era la sua intenzione e per questo aveva comprato tante belle scatole di latta e aveva preparato un bel cartello con su scritto: “Diamo gratis l’apriscatole a chi compra tre scatolette”. Il guaio è che i topi non volevano saperne di entrare nelle scatole. E infine il gatto dovette cambiare mestiere. Poi, la storia di un gatto che si chiamava Milano. Il suo padrone era il capostazione di Bologna. Quando arrivava un treno il gatto correva fuori a vedere; il capostazione correva fuori per paura che il gatto finisse sotto il treno e lo chiamava: Milano, Milano! E tutta la gente, credendo di essere già arrivata a Milano, giù dal treno, fregandosi le mani. Di qui molte confusioni e avventure. Credo proprio che il premio Andersen mi abbia messo addosso una gran voglia di scrivere storie di gatti. E spero che nessuno scambi questo proposito per una minaccia, o mi venga a dire che storie così sono fatte per impedire ai bambini di diventare persone serie.
Intanto, si può parlare degli uomini anche parlando di gatti e si può parlare di cose serie e importanti anche raccontando fiabe allegre.
E poi, che cosa intendiamo per persone serie? Facciamo il caso del signor Isacco Newton. Secondo me era una persona serissima. Ora una volta, se è vero quello che raccontano, stava seduto sotto un albero di mele e gli cadde una mela in testa.
Un altro, al suo posto, avrebbe detto quattro parole poco gentili e si sarebbe cercato un altro albero per stare all’ombra. Invece il signor Newton comincia a domandarsi: E perché quella mela è caduta all’ingiù? Come mai non è volata all’insù? Come mai non è caduta a destra o a sinistra, ma proprio in basso? Quale forza misteriosa l’attira in basso?
Una persona priva di immaginazione ascoltando discorsi del genere, avrebbe detto: Questo signor Newton è poco serio, crede in forze misteriose, magari crede che ci sia un mago dentro la terra, pensa che le mele possano volare come il tappeto delle Mille e una notte, insomma, alla sua età, crede ancora nelle favole.
E invece io penso che il signor Newton abbia scoperto le leggi della gravitazione universale proprio perché aveva una mente aperta in tutte le direzioni, capace di immaginare cose sconosciute, aveva una grande fantasia e sapeva adoperarla.
Occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un vero scienziato, per immaginare cose che non esistono ancora e scoprirle, per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a a lavorare per costruirlo.
Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi, essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo, gli può dare delle immagini anche per criticare il mondo. Per questo credo che scrivere fiabe sia un lavoro utile. Debbo dire che è anche un lavoro divertente e da un certo punto di vista è strano che uno faccia un lavoro che lo diverte e per di più venga pagato per questo, e magari premiato.
In effetti, sarebbe bene che tutti potessero fare un lavoro che li impegna, li interessa e li diverte. Questa è per adesso una utopia, cioè una fiaba. Ma molte volte le fiabe si realizzano.
Per esempio, nelle fiabe ci sono tappeti volanti, navi volanti: ed ecco che noi abbiamo il jet supersonico. Non possiamo ancora dire, come nelle fiabe, “tavolino apparecchiati!”, però possiamo dire “bucato, lavati!”, “piatti, sciacquatevi!”.
Quello che diciamo può diventare vero.
Il vero problema è di riuscire a dire le cose giuste per farle diventare vere. Nessuno possiede la parola magica: dobbiamo cercarla tutti insieme, in tutte le lingue, con modestia, con passione, con sincerità, con fantasia; dobbiamo aiutare i bambini a cercarla, lo possiamo anche fare scrivendo storie che li facciano ridere: non c’è niente al mondo di più bello della risata di un bambino. E se un giorno tutti i bambini del mondo potranno ridere insieme, tutti, nessuno escluso, sarà un gran giorno, ammettetelo. E grazie anche a voi per avermi ascoltato. ”

Gianni Rodari (Bologna, aprile 1970)


Fonti: Voci del verbo insegnare (aprile 2010), Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna
LiBeR – il mondo dell’editoria per bambini e ragazzi, in rete

Foto: Paese Sera Story: Gianni Rodari poeta e giornalista

Pubblicato 23 ottobre 2010 da silviapellacani in letteratura ragazzi, radici

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Ciao Maria   3 comments

Le donne di "Sorriso amaro"

A destra: Maria Solieri, classe 1915

Senti le rane che cantano
che gusto che piacere
lasciare la risaia
tornare al mio paese
lasciare la risaia
tornare al mio paese

Amore mio non piangere
se me ne vado via,
io lascio la risaia
ritorno a casa mia
io lascio la risaia
ritorno a casa mia

[Canti delle mondine: “Senti le rane che cantano”]

Nel dopoguerra molte ragazze ogni anno venivano assunte come lavoratrici stagionali nelle risaie del vercellese. La forza lavoro locale non era sufficiente e così migliaia di donne, le mondine, giungevano dalle zone povere del nord Italia (dall’Emilia e dal Veneto) per trovare occupazione nella monda del riso che durava 40 giorni; l’età minima era fissata dalla legge a 14 anni. Riso Amaro (Giuseppe De Santis, 1949) portò alla ribalta in tutto il mondo le loro storie.

Nel 2001 un giovane regista, Matteo Bellizzi, rintraccia le poche mondine ancora viventi di Nonantola (MO) e le riporta in autobus nelle stesse risaie vercellesi dove da giovani ogni primavera venivano ingaggiate come lavoratrici, per un viaggio nella memoria in un mondo che ormai non esiste più.

Sorriso amaro

"Sorriso amaro" (2003)

Davanti alla telecamera “le ragazze” di allora si lasciano andare ai ricordi, parlando a ruota libera di quella ormai lontana esperienza di lavoro e di vita. Le loro testimonianze si intrecciano nel montaggio con vecchie fotografie che le ritraggono al lavoro e scene dal film con Silvana Mangano: confrontando la realtà e la finzione di quel film, i racconti delle mondine offrono un ritratto più fedele delle risaie degli anni 40-50.

Spinte proprio dalle immagini del film e dall’occasione del viaggio nelle risaie, le mondine ricordano le loro esperienze con un po’ di nostalgia e con tanta commozione, lasciando trasparire la stessa identica voglia di vivere di quando erano adolescenti.

“Sento molto l’impulso a recuperare il passato e la memoria perché io stesso provo la paura di perdere il tempo che vivo. Il mio film smentisce l’idea di vecchiaia che si possiede abitualmente: le donne di Sorriso Amaro trasmettono una straordinaria voglia di vivere che, come non si è arresa un tempo alla durezza del lavoro, così sa resistere oggi all’incedere del tempo che passa” Matteo Bellizzi, dal presskit del film

Ciao Maria, senti le rane che cantano?

Pubblicato 2 agosto 2010 da silviapellacani in documentario, Novecento, radici

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