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Escrever é traduzir/Scrivere è tradurre   Leave a comment

Escrever é traduzir. Sempre o será. Mesmo quando estivermos a utilizar a nossa própria língua. Transportamos o que vemos e o que sentimos (supondo que o ver e o sentir, como em geral os entendemos, sejam algo mais que as palavras com o que nos vem sendo relativamente possível expressar o visto e o sentido…) para um código convencional de signos, a escrita, e deixamos às circunstâncias e aos acasos da comunicação a responsabilidade de fazer chegar à inteligência do leitor, não a integridade da experiência que nos propusemos transmitir (inevitavelmente parcelar em relação à realidade de que se havia alimentado), mas ao menos uma sombra do que no fundo do nosso espírito sabemos ser intraduzível, por exemplo, a emoção pura de um encontro, o deslumbramento de uma descoberta, esse instante fugaz de silêncio anterior à palavra que vai ficar na memória como o resto de um sonho que o tempo não apagará por completo.

O trabalho de quem traduz consistirá, portanto, em passar a outro idioma (em princípio, o seu próprio) aquilo que na obra e no idioma originais já havia sido “tradução”, isto é, uma determinada percepção de uma realidade social, histórica, ideológica e cultural que não é a do tradutor, substanciada, essa percepção, num entramado linguístico e semântico que igualmente não é o seu. O texto original representa unicamente uma das “traduções” possíveis da experiência da realidade do autor, estando o tradutor obrigado a converter o “texto-tradução” em “tradução-texto”, inevitavelmente ambivalente, porquanto, depois de ter começado por captar a experiência da realidade objecto da sua atenção, o tradutor realiza o trabalho maior de transportá-la intacta para o entramado linguístico e semântico da realidade (outra) para que está encarregado de traduzir, respeitando, ao mesmo tempo, o lugar de onde veio e o lugar para onde vai. Para o tradutor, o instante do silêncio anterior à palavra é pois como o limiar de uma passagem “alquímica” em que o que é precisa de se transformar noutra coisa para continuar a ser o que havia sido. O diálogo entre o autor e o tradutor, na relação entre o texto que é e o texto a ser, não é apenas entre duas personalidades particulares que hão-de completar-se, é sobretudo um encontro entre duas culturas colectivas que devem reconhecer-se.

“Traduzir” por José Saramago, Outros Cadernos de Saramago (2 Julho 2009)

escrever

Scrivere è tradurre. Lo sarà sempre. Anche quando stiamo utilizzando la stessa lingua. Trasformiamo quello che vediamo e che sentiamo (supponendo che il vedere e il sentire, come li intendiamo in generale, siano qualcosa di più che le parole con cui ci è relativamente possibile esprimere il visto e il sentito…) in un codice convenzionale di segni, la scrittura, e lasciamo alle circostanze e alle casualità della comunicazione la responsabilità di far arrivare all’intelligenza del lettore, non la totalità dell’esperienza che ci siamo riproposti di tradurre (inevitabilmente frammentaria se rapportata alla realtà di cui si era alimentata), ma almeno un’ombra di quello che nel profondo del nostro spirito sappiamo essere intraducibile, per esempio, l’emozione pura di un incontro, la meraviglia di una scoperta, quell’istante fugace di silenzio precedente alla parola e che rimarrà nella memoria così come il resto del sogno che il tempo non cancellerà interamente.

Il lavoro di chi traduce sarà quindi quello di portare in un’altra lingua (all’inizio, la sua stessa) quello che nell’opera e nell’idioma originale era già stato “traduzione”, cioè, una determinata percezione di una realtà sociale, storica, ideologica e culturale che non è quella del traduttore, nutrita, questa percezione, da un intreccio linguistico e semantico anch’esso non suo. Il testo originale rappresenta appena una delle “traduzioni” possibili dell’esperienza della realtà dell’autore, essendo poi il traduttore costretto a convertire il “testo-traduzione” in “traduzione-testo”, inevitabilmente ambivalente, visto che, dopo aver cominciato isolando l’esperienza della realtà oggetto della sua attenzione, il traduttore realizza il lavoro più grande di trasportarla intatta nell’intreccio linguistico e semantico della realtà (altra) in cui è incaricato di tradurre, rispettando, allo stesso tempo, il luogo da cui viene e il luogo verso cui va. Per il traduttore, l’istante di silenzio anteriore alle parole è quindi come l’inizio di un passaggio “alchemico” in cui quello che è deve trasformarsi in un’altra cosa per continuare a essere quello che era stato. Il dialogo tra autore e traduttore, sulla relazione tra il testo che è e il testo che sarà, non è soltanto una relazione tra due personalità particolari che devono completarsi è soprattutto un incontro tra due culture collettive che devono riconoscersi.

“Tradurre” di José Saramago, il Quaderno di Saramago (2 luglio 2009)

[Foto: escrever da Arte Com Cristo]

Pubblicato 20 luglio 2010 da silviapellacani in português, scrivere, Tradurre

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A flor máis grande do mundo   Leave a comment

E se as histórias para crianças passassem a ser de leitura obrigatória para os adultos? Seriam eles capazes de aprender realmente o que há tanto tempo têm andado a ensinar?

E se le storie per bambini diventassero letture obbligatorie per i grandi? Sarebbero finalmente capaci di imparare davvero ciò che insegnano da tanto tempo?

João Caetano A Maior Flor do MundoJosé Saramago ha scritto un solo racconto per bambini,  A Maior Flor do Mundo,  edito in Italia nel 2005 da Fanucci nella traduzione di Camilla Cattarulla con le illustrazioni originali di João Caetano.

Da questa favola il regista uruguaiano Juan Pablo Etcheverry ha tratto il cortometraggio d’animazione A flor máis grande do mundo (2006),  in cui lo stesso Saramago, nella veste di narratore, si scusa con grande umiltà di non sentirsi all’altezza del compito di scrivere racconti per bambini e poi lascia spazio alla storia che vorrebbe raccontare.

Il corto contiene due messaggi, uno per i bambini (la scoperta, il coraggio e l’altruismo) e uno per tutti gli uomini e le donne che mettono in discussione il proprio posto nel mondo.

Poco più di un anno fa, nel blog del “Quaderno”, Saramago raccontava la genesi e la seconda (e terza) vita di  “Storia di un fiore”.

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